LA MIA IDENTITÀ DIGITALE POLIEDRICA

Ordine, responsabilità e fiducia nel continente digitale

Pietro Bucolia | Private Banker Fineco — Consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede

Nel tempo del digitale non basta più essere presenti.

Occorre essere riconoscibili, affidabili e responsabili.

La mia identità digitale è, per sua natura, poliedrica: nasce da una vita attraversata da ambiti diversi e intrecciati – il lavoro professionale, l’impegno civile e culturale, il volontariato, la partecipazione alla vita della comunità. Non ruoli sovrapposti o maschere intercambiabili, ma espressioni differenti di un’unica storia personale.

Per molti anni questa complessità è stata raccontata anche online in modo spontaneo. In una prima fase, la sovrapposizione dei linguaggi era quasi una normalità: il digitale veniva vissuto come uno strumento, non ancora come un ambiente strutturato, pubblico e permanente. Oggi quel tempo è finito.

Perché scrivo questo articolo

Un atto di condivisione come testimone digitale

Scrivo questo articolo come atto di trasparenza e di condivisione. Lo faccio per dichiarare una scelta consapevole sul modo di abitare il continente digitale. In un tempo in cui la comunicazione è diventata ambiente di vita, credo sia responsabilità di chi opera professionalmente, civilmente e culturalmente dare forma chiara alla propria presenza, rendere leggibili i ruoli e custodire la fiducia delle persone.

Ho imparato che nel digitale si può fare molto rumore senza dire nulla, oppure custodire parole che restano. Condividere queste scelte è per me una forma di testimonianza, orientata alla chiarezza, alla sicurezza e al rispetto delle relazioni. È questo che intendo quando parlo di testimonianza digitale.

Una responsabilità che nasce da lontano

Questa riflessione non nasce oggi, né da un’esigenza contingente. Affonda le sue radici nel mio percorso di formazione, di studio e di vita. Dalla laurea in Tecniche della comunicazione, agli studi in Lettere e Filosofia presso l’Università di Torino, con una tesi dedicata alla retorica e al potere performativo delle parole nel rapporto con il pubblico risparmio, fino al percorso di alta formazione come animatore della cultura e della comunicazione, promosso dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della CEI in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore e la Pontificia Università Lateranense, che ho frequentato fin dalla prima edizione (2006–2007).

A questo cammino si sono affiancati cinque anni di conduzione della trasmissione radiofonica MatitaBlu su RNC inBlu, ogni venerdì mattina dalle 9.00 alle 9.45. Un’esperienza di comunicazione pubblica continuativa, orientata a raccontare e interpretare gli aspetti più vivi e significativi della vita delle comunità locali e della società italiana, attraverso il dialogo con ospiti di rilievo culturale, civile e istituzionale. Un laboratorio esigente di parola e di ascolto, vissuto nel ruolo di Presidente di Scienza & Vita Moncalieri, che ha rafforzato in me la consapevolezza che comunicare non significa occupare uno spazio, ma custodire relazioni.

Parallelamente, questo impegno si è tradotto nella produzione di contenuti digitali e nella progettazione di percorsi di formazione antropologica, bioetica, civile e culturale, pensati come servizio alle persone e alla comunità. Un lavoro costante, orientato a dare profondità ai temi e a restituire alla comunicazione il suo compito originario: aiutare a comprendere, non a semplificare.

Un cammino segnato anche dall’esperienza fondativa dei Testimoni digitali e dall’incontro con il pensiero di Benedetto XVI, che ha definito il digitale un vero e proprio continente: non solo tecnologico, ma umano, relazionale e culturale, da abitare con responsabilità e discernimento. È dentro questa storia che oggi sento il dovere di riflettere sulla forma della presenza.

Il digitale come ambiente, non come strumento

Nel continente digitale le parole non passano: restano.

Vengono condivise, estratte dal contesto, interpretate, talvolta manipolate. Per questo la questione decisiva non è soltanto che cosa si comunica, ma da dove, come e in quale forma.

Facebook, in particolare, non è una piazza neutra. È uno spazio relazionale in cui persona, ruoli, opinioni e responsabilità tendono a sovrapporsi. In questo contesto, la forma della presenza diventa una scelta etica e professionale: può generare chiarezza oppure confusione, fiducia oppure ambiguità.

Una persona, un profilo personale

La mia identità digitale poliedrica non è frammentata.

Al contrario, richiede unità nella forma.

Il profilo personale rappresenta la persona nella sua interezza. Per questo è uno solo. Non può essere moltiplicato per gestire meglio i contenuti, né suddiviso per separare i ruoli.

Profilo e pagine

Nel continente digitale la chiarezza non è un’opzione, ma una responsabilità.

Per questo ho scelto una struttura semplice e riconoscibile: un solo profilo personale e pagine dedicate per i diversi ambiti di contenuto.

Il profilo personale è il luogo dell’identità e della relazione umana.

Le pagine, invece, sono gli spazi corretti per comunicare in modo ordinato e trasparente i diversi ambiti di impegno – professionale, culturale, associativo, progettuale. Rendono leggibili i contesti e tutelano chi legge.

Questa distinzione non frammenta l’identità, ma la custodisce. Permette di sapere sempre chi parla, da quale ruolo e in quale contesto.

Sicurezza, affidabilità, conformità

Ho ripensato la mia comunicazione digitale per renderla più sicura, affidabile e conforme alle previsioni di legge che regolano il mio lavoro, ma anche per ordinarla e aggiornarla rispetto ai diversi ambiti del mio impegno nella vita della città e nella vita delle persone.

Una presenza chiara non tutela solo chi comunica, ma soprattutto la fiducia che ogni relazione porta con sé.

Un errore tecnico e il dovere di correggerlo

Di recente ho commesso un errore tecnico aprendo un secondo profilo personale, nel tentativo di distinguere meglio i contenuti. Ho compreso che questa scelta non era corretta.

Questa impostazione ha prodotto danni oggettivi: confusione sull’identità, sovrapposizione dei ruoli, minore leggibilità. Nel digitale, la confusione non è mai neutra.

Per questo ho ritenuto mio dovere correggere l’impostazione, riportando ordine e chiarezza nella mia presenza digitale. Riconoscere un errore e correggerlo non è una debolezza, ma responsabilità.

Ordine come forma di cura

Mettere ordine non significa ridurre la complessità, ma custodirla.

Oggi la mia presenza digitale si fonda su alcuni principi chiari:

  • un solo profilo personale;
  • pagine dedicate ai diversi ambiti di impegno;
  • siti distinti per la comunicazione finanziaria, personale e associativa;
  • una presenza online riconoscibile e coerente.

Identità, non esposizione

Dopo anni di comunicazione pubblica ho capito che la vera responsabilità non è parlare di più, ma parlare meglio.

La mia identità digitale poliedrica non nasce dal desiderio di essere ovunque, ma dalla responsabilità di essere coerente.

Non dalla ricerca di visibilità, ma dalla cura della parola pubblica.

Nel digitale, come nella vita, la vera libertà non è dire tutto ovunque,

ma dire ciò che serve, nel luogo giusto, con la cura dovuta.

PERCHÉ IL VALORE È CIÒ CHE RESTA, QUANDO TUTTO CAMBIA.