A cento anni dalla nascita di don Italo Calabrò, la storia di una parrocchia che ha cambiato il cuore di una comunità e ha generato opere per la Chiesa e la società.
di Pietro Bucolia – Consulente finanziario e narratore economico
Scrivo in prima persona perché non potrei fare altrimenti: don Italo ha toccato la mia vita, come quella di tanti altri.
Il mio “io” è un piccolo segno di gratitudine, ma la storia che racconto è molto più grande di me: è la storia di una comunità trasformata.
Prefazione
Nel 1988 scrivevo il mio primo articolo su Avvenire di Calabria: raccontavo la vita della parrocchia di San Giovanni di Sambatello, il borgo dove sono cresciuto, guidato da don Italo Calabrò. Descrivevo i gruppi, le missioni, le messe quotidiane, la gioia dei bambini che riempivano la chiesa come cardellini che cinguettano.
Oggi, a distanza di quasi quarant’anni, riprendo quella storia con occhi diversi. La stessa parrocchia, che allora appariva come un piccolo seme di promozione umana, si è rivelata la culla di un cammino che ha superato i confini della città e della Calabria. Da San Giovanni di Sambatello sono germogliate opere come l’Agape, la Caritas diocesana e la Piccola Opera Papa Giovanni: una testimonianza che parla alla Chiesa in Italia e nel mondo.
Ciò che era memoria di gioventù diventa oggi consegna e responsabilità: custodire lo spirito di don Italo e di una comunità che, piccola nella geografia, è stata davvero grande nella missione.
Un balcone sullo Stretto
San Giovanni di Sambatello non è solo un borgo dell’Aspromonte: è un balcone speciale sullo Stretto di Messina, con l’Etna a sinistra e lo Stromboli a destra.
Un panorama emozionante, che invita a guardare lontano e ad abbracciare orizzonti più grandi di quelli consentiti dalla vita quotidiana.
Così come questo orizzonte unisce terre e mari, anche la parrocchia di San Giovanni di Sambatello, sotto la guida di don Italo Calabrò, ha saputo unire fede e giustizia, spiritualità e promozione umana, comunità e mondo.
Una parrocchia viva nel cuore dell’Aspromonte
Siamo a Reggio Calabria.
Negli anni ’60 San Giovanni di Sambatello era una comunità semplice e povera, segnata dall’analfabetismo e dall’emigrazione, più che di pane affamata di speranza.
Accanto alla vita quotidiana, però, non mancavano presenze difficili e carismatiche. Erano capaci di esercitare un’influenza silenziosa, familiare e profonda nel borgo, estendendosi oltre la città di Reggio Calabria.
In questo intreccio di luci e ombre arrivò don Italo Calabrò. Con lui, la parrocchia non rimase un rifugio per pochi, ma divenne un luogo di alfabetizzazione umana e spirituale: dove si imparava a leggere e scrivere, ma anche ad amare e condividere.
Ai bambini regalava ogni domenica Il Giornalino. Invitava le famiglie alla lettura di Famiglia Cristiana, perché la casa diventasse una scuola di fede e di cultura.
Portò la scuola media in canonica per le ragazze che non avevano potuto frequentarla, offrendo loro un’occasione di riscatto e di futuro.
Così la parrocchia si trasformò negli anni in lievito di vita spirituale e culturale, capace di fecondare cuori e coscienze.
Giovani protagonisti
Don Italo seppe fare dei giovani i veri protagonisti.
Attraverso l’Azione Cattolica, il Movimento Missionario, la catechesi viva, la Schola Cantorum, la liturgia partecipata, i ragazzi e le ragazze di San Giovanni di Sambatello crebbero nel tempo, non come spettatori, ma come attori di fede e cittadinanza.
**Non dimenticherò mai gli “schiaffoni a due mani” che ci dava con affetto e gioco in canonica, prima della Messa: un segno paterno, di vicinanza e di familiarità.
Era molto di più di un parroco, ma fece fino in fondo il parroco, con una partecipazione umana e spirituale unica.
E non si scomponeva mai nel vedere i bimbi che facevano scorribande in chiesa, anche durante la Messa. Li chiamava i nostri cardellini che cinguettano.
Per lui la chiesa era famiglia, luogo di casa e d’affetto.
E poi, non mancava mai la Befana, o il cinema in canonica: momenti semplici e festosi che educavano alla gioia condivisa.
E i libri, sempre presenti come dono per la vita, perché crescere voleva dire anche imparare a pensare e a sognare.**
Il miracolo di don Italo
San Giovanni di Sambatello era un contesto difficile e complesso, dove alle fatiche quotidiane si aggiunsero anche fatti tragici, rimasti impressi nella memoria della gente.
Eppure proprio lì si è compiuto il miracolo di don Italo: trasformare la fatica in speranza, l’emarginazione in comunità, la rassegnazione in impegno.
Non con gesti clamorosi, ma con la forza della fedeltà quotidiana: pregare, educare, condividere, difendere i più piccoli e i più fragili.
Andava a bussare a tutte le porte per portare la benedizione in ogni casa. E tutti cercavano don Italo per una confidenza, un consiglio, una carezza.
Le sue omelie erano una carezza di Dio che ti penetrava nel cuore. E il suo sorriso apriva i cuori, rendendo possibile l’incontro prima ancora delle parole.
Era un tipo fermo e aperto: capace di unire la dolcezza dell’accoglienza con il richiamo esigente all’amore di Cristo.
Così, andando incontro a tutti, accoglieva ciascuno con il cuore stesso di Cristo.
Una comunità che accoglie
Quella comunità difficile, che conosceva sulla propria pelle la fatica e l’emarginazione, imparò in canonica ad aprire le porte e camminare accanto a chi portava ferite ancora più grandi.
Così nacque una Chiesa viva, che non si limitava a consolare, ma generava speranza e futuro.
Accanto a don Italo, preziosa fu anche la presenza delle Suore di San Catanoso. Con la loro vita consacrata seppero accompagnare i più piccoli, sostenere le famiglie e custodire con discrezione la crescita della comunità.
Un’eredità che continua
Da San Giovanni di Sambatello sono germogliate opere che parlano alla Chiesa e alle comunità civili in Italia e nel mondo: l’Agape, la Caritas diocesana e la Piccola Opera Papa Giovanni, nata proprio lì in canonica. Lì don Italo mise insieme i giovani studenti della sua scuola professionale e la comunità parrocchiale per prendersi cura dei ragazzi con disabilità.
Il dono più grande, però, non furono solo le opere. Furono i semi di umanità e di fede che don Italo seppe spargere.
Semi che si sono radicati nelle persone che ha incontrato, trasformato e fatto maturare nell’amore.
A ciascuno insegnava a coltivare i propri talenti e a donarli, perché diventassero fecondi per la comunità e per il mondo.
Quella casa, piccola solo di nome, divenne il segno concreto di una Chiesa che non abbandona: un luogo in cui i più fragili trovavano dignità e amore.
E fino al contributo decisivo alla nascita della Caritas Italiana, che don Italo costruì insieme a mons. Giovanni Nervo, radicando nella Chiesa un’idea di carità educativa, generativa e trasformativa.
Un centenario che parla al presente
Nel 2025, a cento anni dalla sua nascita, celebriamo non un ricordo, ma una consegna.
Il 25 settembre, a Reggio Calabria, il Cardinale Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, parteciperà a un incontro in suo onore.
Il 26 settembre, giorno della nascita, la città e la Chiesa lo ricorderanno con celebrazioni solenni.
Questa storia non appartiene solo al passato. È un invito anche per noi a riscoprire che l’amore, quando diventa dono, può cambiare una comunità intera.
Non è memoria da museo, ma invito a restare protesi in avanti, come lui amava ripetere.
Don Italo continua a interpellarci con la sua domanda più semplice e radicale: “Che cosa posso fare io per gli altri?”.
Il sigillo di un luogo e di una vita
San Giovanni di Sambatello non è rimasto solo una tappa del suo cammino. È il cuore che custodisce la sua eredità, il grembo che lo ha visto generare opere e speranza, la comunità in cui ha scelto di rimanere per sempre.
San Giovanni di Sambatello è davvero un balcone sul mondo: piccolo nella geografia, grande nella missione.
E lì don Italo continua a parlarci con la forza silenziosa della sua vita: andando incontro a tutti come faceva Cristo, nessuno mai escluso.
San Giovanni di Sambatello resta il segno che dalle radici più umili possono fiorire le eredità più grandi.
In tanti lo ricordano ancora come un padre: chi con una carezza, chi con un sorriso, chi con un gesto che ha cambiato la vita.
Un ricordo personale
**Ricordo con nostalgia gli incontri quotidiani con don Italo, alla Messa delle 17, quando frequentavo il ginnasio e poi il liceo. La domenica era tutta della parrocchia: al mattino le chiacchiere in canonica, la Messa, e il pomeriggio all’asilo dalle suore per il catechismo.
I più grandi facevano catechesi direttamente con lui, e non mancava mai un caffè con suor Valeria e suor Veronica. Attorno a don Italo c’erano tante persone speciali, come Carmelo e Giuseppina, vere colonne della parrocchia: Carmelo sarebbe poi diventato diacono.
Io sono uno dei “piccoli” di don Italo: cresciuto in un contesto difficile, maturato insieme ad altri amici sotto la sua guida verso slanci evangelici. Fu questo il contenuto del mio primo articolo pubblicato su Avvenire di Calabria nel 1988, in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale. Oggi lo ripropongo con affetto e nostalgia per quei tempi meravigliosi, vissuti con don Italo e con la mia piccola comunità.**
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CENTENARIO DI UN UOMO GIUSTO

